Dogliani

La storia

La storia

Dogliani (Dojan in piemontese) è un paese di origine pre-romana: sia dalla toponomastica sia da recenti ritrovamenti, esiste infatti prova dell’occupazione di popolazioni di ceppo ligure e celtico.
 Tra il I° e il II° secolo d.C. Dogliani è stata un fondo romano; numerosissimi sono i reperti di quest’epoca, in particolare nella zona di San Quirico, dove è stata accertata la presenza di una necropoli. 
Durante il Basso Impero – periodo della decadenza dell’Impero Romano, avvenuto nel 476 d.C – il centro abitato si trasferì verso la Pieve e continuò successivamente a spostarsi, arroccandosi infine alla zona fortificata: il castrum, per difendersi dai saccheggi e dalle scorribande di Ungari e Saraceni (X° secolo). 

La struttura attuale di Dogliani è frutto del Medioevo: il Castello domina la collina e il Borgo, nella parte inferiore la cittadina è cintata da fortificazioni.
 Il nucleo medievale è ben riconoscibile ancora oggi, delimitato dalle due porte d’accesso alla città: Porta Soprana (arco ogivale sovrastato da un affresco riproducente da un lato lo stemma Comunale, dall’altro quello dei Savoia, e dominato dall’alto da caditoie del sec. XV ) e Porta Sottana.
 Nell’Alto Medioevo Dogliani fece parte del distretto comitale di Alba, per poi passare agli Aleramici del Vasto ed ai marchesi di Busca. Nel XII secolo, con le Convenzioni , ottenne le prime autonomie comunali. In questo periodo, fino alla metà del Quattrocento circa, la cittadina fu teatro di lotte intestine che videro protagoniste le casate Monferrato, Saluzzo, Acaia e Visconti.

Nel Cinquecento Dogliani venne occupata prima dai Francesi e poi dagli Spagnoli a causa della guerra tra Francesco I e Carlo V per assicurarsi il predominio in Europa. Con il trattato di Lione del 1601 Dogliani, con altre cittadine, passò ai Savoia, che a loro volta la diedero in feudo ai Solaro di Moretta e ai Solaro del Borgo. Con la parentesi napoleonica i cosiddetti “liberatori” francesi, non fecero che sostituirsi agli sfruttatori precedenti e la cittadina altro non potè fare che sottostare alle leggi francesi (forse memore degli incendi che arsero Marsaglia, Castellino e Belvedere Langhe). Perché Dogliani torni a splendere è necessario attendere l’Ottocento. A testimoniare questa fioritura sono le opere architettoniche di G.B. Schellino (1818-1905). L’assetto urbano fu ampiamente cambiato dall’eclettismo di questo illustre “urbanista”, il quale ha attribuito al paese angoli insoliti, del tutto nuovi se rapportati al tempo in cui sono stati concepiti, e un volto monumentale che non può passare inosservato. 

Nel più recente passato Dogliani ha pagato un prezzo altissimo in vite umane durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, in particolare la cittadina non è stata risparmiata dalla dalle vicende della guerra partigiana combattuta in questo territorio, vivendo i mesi di luglio ed agosto del 1944 nella tragedia: due immani lutti l’hanno segnata, spargendo il terrore che le vicende potessero ripetersi. In particolare, nel pomeriggio del 31 luglio 1944 un apparecchio militare, si discute ancora oggi se fosse di nazionalità tedesca o meno, sfiorando i tetti delle case si porta sul centro storico, dove sgancia una bomba. Si allontana verso la regione Codevilla per poi tornare da dove era venuto e sganciare altri due ordigni. Il bilancio è di 28 morti, tutti civili, 13 fabbricati distrutti e diverse case danneggiate. Il giorno seguente truppe nazifasciste operarono un rastrellamento nel territorio del paese, ritenuto un covo di partigiani.

Uscita dalla guerra, Dogliani è gradualmente ritornata ad essere ciò che è sempre stata: un importante centro agricolo, luogo privilegiato per il passaggio e gli scambi. Ancora oggi, nonostante una positiva crescita dell’artigianato locale, Dogliani è caratterizzata da un’economia tradizionale di tipo prevalentemente agricolo.

Gli uomini rimasti fedeli alla vigna sembrano infatti aver fatto tesoro degli insegnamenti che Luigi Einaudi, l’illustre economista e statista, Doglianese di fatto, che tra il 1945 e il 1948 ridisegnò l’Italia e che in seguito divenne il primo Presidente della Repubblica fino al 1955, annotava negli appunti dedicati alla conduzione aziendale:

“Si vive con il frutto del proprio lavoro personale. Se c’è un reddito…, prima bisogna pensare a rinnovare i piantamenti… e fare tutti i vari lavori di conservazione e miglioramento dei terreni e delle case rustiche”

La lezione è stata fatta propria dai vitivinicoltori e cantinieri Doglianesi. Infatti, nonostante la struttura aziendale sia per lo più minuta, la sua organizzazione è di tipo imprenditoriale e gli investimenti operati in vigneto e in cantina sono orientati a ottimizzare la qualità delle produzioni. Per i vignaioli della Langa doglianese, secoli di storia del loro vino non costituirebbero motivo di orgoglio se oggi il Dogliani non fosse presente in tutti i luoghi dove si tratta vino di qualità.

Curiosità

La storia di Dogliani è storia di vino e lo confermerebbe l’etimo “Dolium”: un contenitore di terracotta di forma sferica adibito prevalentemente al trasporto di vino sulle navi (altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri. La sua capacità era di circa 1500-2000 litri. I dolia venivano fissati nella parte centrale dell’imbarcazione, mentre lo spazio rimasto libero a poppa e prua era occupato dal carico di anfore). È un’ipotesi suggestiva, ma non priva di fondamenti storici, che il nome di questo centro langarolo derivi da “Dolium Januae”, la “Coppa di Giano”. Non è un caso che il leone rampante protagonista del simbolo araldico della città regga tra le mani una coppa.