Ex Voto

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Un tempo chi riceveva una “grazia” chiedeva al miglior artigiano di realizzare un dono da offrire ad un Santo in segno di ringraziamento. L’oggetto poteva anche rappresentare la prova tangibile della fede di un cristiano che decideva di “fare voto”, ovvero mantenere una promessa per ottenere un aiuto. Inizialmente erano tavolette lignee dipinte a colori accesi nelle quali si narrava l’evento miracoloso, inquadrato in ambienti poveri ed essenziali. Altra forma votiva sono i “Sacri Cuori” in argento o di semplice latta.

Questi oggetti sono chiamati “Ex Voto” e Dogliani ne conta circa 3.000, datati tra il 1600 e il 1900, provenienti dai Santuari di Madonna delle Grazie e San Quirico, ai quali si aggiungono decine di tavolette lignee più antiche, provenienti da San Quirico.  Le prime testimonianze risalgono all’epoca greca, etruschi e romana; lo stesso termine deriva dal latino «ex voto suscepto» cioè «per promessa fatta» a Dio, alla Madonna o ad un Santo.

L’ Ex Voto, importante strumento per capire usi ed costumi di un periodo storico, è testimonianza di momenti critici dell’esistenza umana: un pericolo scampato, una guarigione conseguita, una calamità naturale evitata, il cui ricordo viene trasmesso alla comunità per testimoniare la bontà di Dio.  Esso rappresenta la riconoscenza del donante, ovvero di chi – in contingenti difficoltà – ha supplicato per un favorevole intervento divino e lo ha ottenuto. Con il Concilio Vaticano II (1962-65) inizia il lento declino che porterà questi oggetti sacri alla dismissione da Chiese e santuari.

La pratica dell’Ex Voto, tuttavia, non è scomparsa. Scrive Giuseppe Baiocchi su “Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo”: “non più circoscritto in un riconosciuto luogo di fede, ma mobile: l’ex-voto si tatua sulla pelle, si stampa sulle magliette, diventa screenshot (….) , porta sempre bene. L’errore dunque della contemporaneità è lo scambio di questo importante pezzo antropologico europeo, come «portafortuna».